Nella mia Gaza fame e sete uccidono più delle bombe. Il mondo ci guarda ma tace
di Rita Baroud
in “la Repubblica” del 5 maggio 2025
La situazione nella Striscia di Gaza all’inizio di maggio è tra le peggiori dall’inizio della guerra, con
la regione che affronta una catastrofe umanitaria sempre più grave a causa dell’aggressione
israeliana in corso e del blocco soffocante.
A Gaza, nulla ricorda la vita. Qui, la fame non è una sensazione temporanea, ma uno stato
permanente. La sete non è un disagio passeggero, ma un dolore radicato nella gola e nell’anima. I
bambini passano le loro giornate cercando un pezzo di pane, l’odore di cibo cucinato, una bottiglia
d’acqua non contaminata.
Le donne fanno lunghe file per pane e farina, ma non arriva nulla. Le famiglie attendono
un’autocisterna d’acqua, ma l’unico suono che sentono è il ronzio dei droni. Le bocche si seccano
prima che i loro proprietari possano parlare.
È una sete reale, profonda, che prosciuga il corpo e consuma la mente. Poi arriva la fame: non come
un ospite di passaggio, ma come un residente fisso, in agguato nello stomaco vuoto e annidato
nell’anima.
Più di due milioni di persone sono stipate in una piccola striscia senza cibo, senza acqua, senza
carburante, senza medicine e senza alcun senso di sicurezza.
Le panetterie sono chiuse o distrutte. Non c’è farina, né lievito, né forni funzionanti. Nell’ultima
dichiarazione del 25 aprile 2025, il Programma Alimentare Mondiale (Wfp) ha annunciato di aver
esaurito completamente le scorte di cibo a Gaza a causa del blocco israeliano in vigore dal 2 marzo.
L’organizzazione ha confermato che tutte le 25 panetterie supportate hanno cessato l’attività il 31
marzo per mancanza di farina e carburante. Le cucine comunitarie esauriranno le scorte entro pochi
giorni.
Non c’è acqua potabile. I pozzi sono stati distrutti o si sono prosciugati. Le reti idriche sono state
interrotte o contaminate dalle fognature. Le autocisterne che portavano acqua alle famiglie sono
diventate rare. E quando arrivano, servono solo chi ha influenza o conoscenze.
Ho visto bambini radunarsi attorno a un’autocisterna a Nuseirat, con bottiglie di plastica in mano,
scalzi, con i vestiti strappati. L’acqua era torbida, eppure la bevevano avidamente, come se stessero
inghiottendo la vita stessa. Le persone sono cambiate… la morte è diventata familiare.
In passato, temevamo i bombardamenti. Ora, temiamo ancora di più la sete. Le persone non
pensano più al domani, ma al prossimo pasto, alla prossima bottiglia d’acqua. Anche il parlare si è
ridotto. Tutti sono esausti, silenziosi, svaniscono.
In una tenda di fortuna vicino a Khan Younis, ho parlato con una famiglia di nove persone. Tutto ciò
che avevano era una pentola d’acqua con pezzi di melanzana grigliata. Il padre ha detto: «Giuro,
non mangio carne da nove mesi. Due giorni fa, ho dato a mio figlio delle foglie d’uva crude,
fingendo fosse cibo vero».
Quei pochi aiuti che arrivano sono sparsi come polvere—mai abbastanza per saziare la fame. In
alcune case, le persone mangiano lattuga marcia o bollono acqua con sale per ingannare i figli,
facendogli credere che il cibo stia arrivando.
Il numero di morti palestinesi ha superato i 52.500, la maggior parte donne e bambini. E i massacri
continuano, da Shuja’iyya a Rafah, i bombardamenti non si fermano. Le case vengono distrutte con
le persone ancora dentro. Solo ieri, 16 morti. Ogni mattina si tengono funerali. L’aggressione si
intensifica, e i cessate il fuoco crollano rapidamente. Gaza non è solo una “crisi umanitaria”. È un
crimine continuo contro un popolo che vive sotto lo stesso cielo da cui cadono le bombe—in attesa
di un miracolo che non arriva mai.
Ciò che sta accadendo ora non è solo un disastro umanitario, ma una macchia sulla coscienza
dell’umanità.
Cosa rimane? Rimane il silenzio. Il silenzio internazionale che uccide più delle bombe. Una pelle
sottile su un corpo fragile che resiste alla morte. Il cuore di una madre che dorme affamata perché
suo figlio possa mangiare. Studenti con libri strappati, che leggono alla luce di una candela,
sognando un futuro senza un percorso visibile. Gaza rimane… non mangia, non beve, ma non
muore. Gaza oggi non è solo senza cibo o acqua, ma senza speranza.
Sta morendo lentamente sotto gli occhi di un mondo che guarda… e poi tace.
Scritto da Roberto · PaceTutti gli articoli →


